Un marchio di fatto d’impresa, a prescindere dalla sua corretta registrazione presso le istituzioni preposte, in presenza di determinate condizioni ha la possibilità di ricevere tutela da parte del nostro ordinamento. Questo è il principio che è stato ripreso e sancito dalla Sentenza n. 463 emessa dal Tribunale di Ancona lo scorso 1.04.2022, che ha trattato una disputa sulla contraffazione di un marchio di impresa già precedentemente in uso ma registrato in seguito da un’altra società.

Come è noto, il marchio d’impresa registrato riceve espressa tutela dall’ordinamento al fine di evitare che i consumatori possano essere tratti in inganno o comunque che si possa generare in loro confusione in relazione a prodotti presenti in commercio. Per tale motivo, i giudici di merito hanno ritenuto doveroso ribadire la presenza della tutela anche al mero preuso dei segni identificativi, al verificarsi di determinate condizioni.

In particolare è stato stabilito che se dall’uso non discende una notorietà ad ampio spettro, quale ad esempio una notorietà prettamente locale, il marchio può essere registrato da una seconda impresa in quanto il preuso non preclude la caratteristica della novità al segno. L’impresa che registra il marchio già usato in precedenza da un’altra impresa acquisisce ovviamente tutti i diritti all’uso e allo sfruttamento del marchio, anche ai fini della pubblicità. L’impresa che utilizzava quel medesimo segno ancora prima della registrazione potrà comunque continuare a farne uso. Tuttavia, per non incorrere in alcuna violazione, dovrà limitare l’uso alle medesime condizioni operate fino a quel momento, quale ad esempio la portata prettamente locale circoscritta a quella determinata area geografica.

Qualora il preuso di un marchio di fatto comporti diversamente una notorietà nazionale, discenderà un diritto all’uso esclusivo del segno distintivo in capo al preutente: in tal caso, qualora un’altra impresa dovesse registrare quel determinato marchio, la domanda di registrazione sarà invalidata in quanto carente del carattere di novità del segno distintivo.

Più concretamente il preuso nazionale di un marchio di fatto comporta che il pre-utente, avendo diritto all’uso esclusivo del segno, abbia il potere di avvalersene e sia così distinto da ogni successiva registrazione corrispondente alla denominazione o al simbolo grafico precedentemente utilizzato. Il pre-utente potrà altresì ottenere la dichiarazione di nullità di tale registrazione, anche per decettività, in rapporto a segni confliggenti.

Diversamente, il preuso locale di un marchio non registrato conferisce al titolare del segno il diritto di continuare ad utilizzare il segno esclusivamente per lo stesso genere di prodotto e limitatamente all’ambito dell’uso fatto fino a quel momento, senza consentire che il preutente abbia il diritto di vietare a chi registra in seguito quel marchio di farne uso nella medesima zona di diffusione locale. In tale ultimo caso viene quindi a configurarsi una sorta di regime di “duopolio” nell’ambito locale poiché vi sarà una coesistenza del marchio precedentemente usato dalla prima impresa e di quello successivamente registrato da una seconda impresa.

Le condizioni sopra descritte sono ampie e generali ma occorre esaminare caso per caso la presenza dei requisiti necessari ad instaurare un contenzioso avente ad oggetto un atto di concorrenza sleale, la proibizione all’uso del marchio, nonché per il risarcimento del danno arrecato per l’uso o la registrazione del marchio di impresa. Prima della registrazione di un marchio o nel caso in cui si ritenga di aver subito un danno a seguito della registrazione da parte di un’impresa concorrente, lo Studio Legale Pasi potrà analizzare la situazione e indicare la soluzione corretta.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

Accade spesso che i fornitori di beni o servizi richiedano agli utenti finali la domiciliazione dei pagamenti ricorrenti su carte di credito. Tuttavia in pochi sanno che qualora il pagamento venga correttamente disposto in virtù di un rapporto di credito e in seguito manchino le risorse a copertura di detto importo è possibile subire una segnalazione presso la CAI – Centrale d’Allarme Interbancaria istituita presso la Banca d’Italia.

La Banca d’Italia definisce la CAI quale sistema sanzionatorio, alternativo a quello penale, che basa la propria efficacia i) sulla disponibilità presso tutti gli intermediari delle informazioni sul soggetto che ha utilizzato in modo illecito assegni bancari e postali nonché carte di pagamento e ii) sull’applicazione di misure di carattere interdittivo nei confronti degli autori di tali comportamenti.

La CAI costituisce un servizio di interesse economico generale finalizzato ad assicurare il regolare funzionamento del sistema dei pagamenti a livello nazionale ed evitare che un soggetto, prima di un eventuale intervento da parte della magistratura, possa disporre sistematicamente pagamenti senza averne la relativa provvista. Si fa presente, tra l’altro, che la segnalazione ha una durata di due anni con decorrenza dall’inserimento: in tale lasso di tempo i soggetti con i quali vengono intrattenuti rapporti finanziari, quali ad esempio carte di credito, leasing e finanziamenti, possono discrezionalmente revocare le condizioni precedentemente accordate e chiedere la restituzione delle tessere di pagamento, con diffida al relativo utilizzo, ovvero il rientro immediato delle somme precedentemente erogate.

Tuttavia non sono rari i casi di segnalazione illegittima da parte degli Istituti bancari. In tali ipotesi è possibile ricorrere  all’Autorità Giudiziaria tramite l’assistenza di un Avvocato al fine di ottenere un provvedimento che ordini all’Istituto la cancellazione dai registri tenuti presso la Banca d’Italia. Nel caso in cui si ritenga di aver subito illecitamente una segnalazione presso la Centrale d’Allarme Interbancaria sarà necessario attivarsi prontamente onde risolvere nel minor tempo possibile la spiacevole situazione ed evitare la cristallizzazione del provvedimento sanzionatorio. Lo Studio Legale Pasi ha curato e ottenuto provvedimenti favorevoli in tal senso in questa materia speciale e si rende disponibile a valutare eventuali nuove pratiche.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

Il Regolamento CE n. 261/2004 dell’11.02.2004 ha istituito delle regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di cancellazione del volo ovvero in caso di ritardo prolungato.

In tale ultimo evento, durante l’attesa, il passeggero ha diritto ad un’adeguata assistenza minima. Essa consiste in un’offerta a titolo gratuito di pasti e bevande, in due chiamate telefoniche o in messaggi via telex, fax o e-mail, nonché di quant’altro sia ritenuto indispensabilmente utile ai soggetti più fragili.

Nondimeno, se l’orario di partenza è spostato al giorno successivo, i passeggeri hanno diritto a ricevere gratuitamente una sistemazione in albergo oltre al trasporto fino al luogo della sistemazione e da quest’ultimo fino all’aeroporto. Per quanto concerne il pernotto il Regolamento non menziona alcuna sistemazione in alberghi di lusso; se ne conviene pertanto che debba essere garantita almeno una pensione di media fascia.

Se il ritardo accumulato risulta essere di almeno cinque ore, inoltre, i passeggeri possono scegliere il rimborso del prezzo integrale del biglietto oltre, se necessario, ad un volo di ritorno al punto di partenza iniziale.

In caso di cancellazione del volo, i passeggeri interessati devono ricevere, oltre all’assistenza di cui si è detto sopra, ovverosia il poter usufruire di pasti e bevande, di sistemazione in albergo e trasporto tra l’aeroporto con il luogo di sistemazione, nonché la comunicazione a familiari, anche il rimborso del biglietto entro sette giorni oppure un volo di ritorno verso il punto di partenza iniziale o a un volo alternativo verso la destinazione finale. In aggiunta è altresì sancito un risarcimento che varia da Euro 250,00, ad Euro 600,00, in forza della distanza chilometrica che quella tratta cancellare avrebbe dovuto compiere.

La cura e l’attenzione prestata alla clientela, inoltre, è doverosa anche nelle fase antecedenti al verificarsi del disguido, in quanto la compagnia aerea deve pur sempre informare del ritardo o della cancellazione della tratta in tempo ragionevoli. Nel caso in cui mancasse tale elemento, ovvero se non la compagnia non riuscisse ad informare il passeggero con sufficiente anticipo, la compagnia è tenuta alla compensazione pecuniaria.

Infine è doveroso specificare che tale compensazione è dovuta anche per i viaggiatori minorenni seppur paganti, anche nel caso in cui la famiglia abbia acquistato un pacchetto turistico all-inclusive poiché in tale caso non si può ritenere che non sia stato pagato il prezzo del trasporto. Ad ogni modo, il diritto alla compensazione viene meno se il vettore dimostri che la cancellazione sia dovuta a circostanze eccezionali che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

Una delle questioni maggiormente ricorrenti nel momento successivo della stipula di un contratto di compravendita di un’unità abitativa di un condominio concerne la richiesta da parte del condominio del pagamento per le somme non versate dal precedente proprietario.

Di primo acchito potrebbe quasi venire spontaneo rispondere che i nuovi acquirenti dovrebbero rispondere soltanto dei debiti propri, a partire dalla data di sottoscrizione dell’atto notarile.

In realtà le cose non stanno esattamente così.

Secondo l’art. 63 delle disposizioni di attuazione al codice civile è previsto che, per quanto concerne la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, il nuovo acquirente debba rispondere in solido con il precedente proprietario di eventuali insoluti riferiti all’anno in corso di acquisto e all’anno precedente al subentro.

In particolare l’acquirente può essere chiamato a rispondere dei debiti condominiali del suo venditore solidalmente con quest’ultimo. Ciò vuol dire che il nuovo acquirente non si sostituisce al precedente per quanto concerne la titolarità del debito, tuttavia assume comunque una corresponsabilità nei confronti del condominio.

Tale disposizione si applica solamente in relazione ai rapporti tra il singolo condomino con il relativo condominio, ma non anche nei rapporti intercorrenti tra l’acquirente e il venditore. Tra queste due figure, salvo che non sia stato diversamente convenuto tra loro, è operante il principio generale della personalità delle obbligazioni. Pertanto, qualora l’acquirente sia chiamato a rispondere delle obbligazioni condominiali sorte nel biennio precedente al suo ingresso, sarà tenuto a rispondere solidalmente nei confronti del condominio; tuttavia, in virtù del principio dell’ambulatorietà, l’avente causa si potrà comunque rivalere nei confronti del suo dante causa.

Tuttavia è comunque valida tra le parti, ovverosia nei rapporti interni tra venditore e compratore, una clausola da inserire nel contratto di compravendita che faccia ricadere integralmente sul compratore l’onere di sostenere le spese condominiali relative a lavori di straordinaria manutenzione, deliberate ed ancora da eseguire. Sono invece escluse, diversamente, le spese legali che il precedente inquilino avrebbe dovuto pagare in un procedimento contro il Condominio e che anche dopo l’acquisto non ha provveduto a versare.

Ad ogni modo in tali situazioni occorre valutare diversi aspetti oltre a quelli sopra elencati come, ad esempio, la modalità di notifica della richiesta debitoria, l’atteggiamento o la scelta difensiva del precedente proprietario. Prima di procedere all’acquisto di immobili è opportuno richiedere anche una consulenza in ambito legale proprio per evitare eventuali, spiacevoli e onerosi inconvenienti nella fase successiva all’acquisto.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

La recente sentenza della Suprema Corte in ambito penale, Sez. VI, del 13 Aprile 2022, n. 14522, affronta il reato disciplinato all’art. 572 c.p., rubricato maltrattamenti contro familiari o conviventi. Questo delitto, in particolare, punisce i maltrattamenti compiuti ai danni di familiari, conviventi, nonché ai danni di persone in relazione con il reo che sono sottoposte alla sua autorità o comunque a lui affidate per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, esercizio di arte o professione.

Appare quindi evidente come sia presente una tutela ampia che non è posta soltanto in favore dei figli o del partner, anche se coniugi separati; inoltre la recente giurisprudenza ha ampliato ulteriormente l’originario concetto di maltrattamenti, intesi solamente come fisici, tutelando altresì le vessazioni psicologiche.

Nel provvedimento ivi analizzato, invero, è stata ritenuta sufficiente a realizzare la condotta delittuosa l’esistenza di singoli episodi sorti nel rapporto di conflittualità tra coniugi separati e sfociata, come spesso accade nel corso di una separazione, in una mancata osservanza del provvedimento giudiziale in merito alla gestione del figlio minore. In altre parole, nel caso analizzato, è risultato che uno dei genitori non di rado impedisse all’altro di frequentare il figlio, in aggiunta a delle costanti ed abituali vessazioni fisiche e psichiche cui il genitore non collocatario subiva, in alcune occasioni anche davanti al minore. Tutto ciò, chiaramente, aveva lasciato delle gravi conseguenze psicologiche sul bambino.

Sul punto la giurisprudenza di legittimità ritiene infatti con un orientamento consolidato che il delitto di maltrattamenti in famiglia si ravvisa anche laddove si verifichi una sostanziale privazione della funzione genitoriale, realizzata da parte di un genitore mediante l’avocazione delle scelte economiche, organizzative ed educative relative ai figli minori e lo svilimento, ai loro occhi, della figura morale dell’altro genitore.

Il genitore che adotta questi comportamenti, costringendo direttamente o indirettamente il figlio ad assistere sistematicamente ai soprusi subiti dall’altro genitore, tiene una condotta che dimostra una consapevole indifferenza verso gli elementari bisogni affettivi ed esistenziali del minore che è idonea a provocare sentimenti di sofferenza e frustrazione in quest’ultimo.

Alla luce di quanto sopra appare quindi chiaro come la fattispecie criminosa dei maltrattamenti non presupponga solamente una violenza prettamente fisica perpetrata da un genitore ai danni dell’altro poiché la violenza psicologica non è certo connotata da un disvalore inferiore. Anzi, si fa presente come la giurisprudenza in alcuni casi abbia ritenuto sussistente il delitto analizzato anche quando erano stati commessi atteggiamenti privi, di per sé, di rilevanza penale, come ad esempio una mera ingerenza nelle scelte sull’educazione e sull’organizzazione della vita dei figli, ma pur sempre caratterizzati da una violazioni della condizione psicologica ed emotiva dell’altro genitore.

Qualora riteniate che determinati comportamenti configurino il delitto in analisi sarà opportuno rivolgersi ad un Avvocato. Lo Studio Legale Pasi ha seguito molteplici vicende analoghe e saprà consigliare la strada migliore per gestire questa problematica e prestare una piena assistenza legale.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

A seguito di una caduta per un dislivello di un tombino non segnalato, un pedone ha convenuto in giudizio un ente comunale, richiedendo i danni da omessa custodia ai sensi dell’art. 2051 c.c.

Il danno da cosa in custodia dipende dalla natura stessa del bene, dalla sua concreta potenzialità dannosa, oppure dal suo dinamismo intrinseco. Ecco perché la responsabilità sui danni causati dal bene ricade su chi ha il cd. “governo” della cosa, intendendosi chi abbia un effettivo potere di diritto o di fatto sulla cosa, tanto da consentirgli di vigilare e di controllare il verificarsi di futuri eventi nefasti, come nel caso di specie il danno causato al pedone a seguito della caduta.

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte nell’Ordinanza n. 11794/2022 è stato ribadito che per accogliere la richiesta di risarcimento di tale specie, occorra valutare in primo luogo non tanto la condotta di chi abbia la custodia della cosa, bensì l’atteggiamento del danneggiato che entra in interazione con il bene.

Chi ha un determinato bene in custodia, infatti, deve avere un generale comportamento di cautela, tenendo in considerazione e prevedendo il possibile verificarsi di eventi dannosi. In particolare è stato stabilito che più il danno sia prevedibile e superato attraverso le normali cautele plasmate sulle circostanze, attese e prevedibili, maggiore sarà la responsabilità in capo al danneggiato, fintanto da sollevare il custode da responsabilità ex art. 2051 c.c. Si fa presente che il principio appena enunciato è ormai granitico in quanto non risultano presenti precedenti difformi.

Calando tali principi nel caso di riferimento, invero, vi erano condizioni di piena visibilità e di diversa colorazione del manto stradale, motivi per cui il pedone godeva di tutte le condizioni per applicare l’ordinaria diligenza al fine di evitare l’evento dannoso. Con un livello di attenzione media, pertanto, il pedone avrebbe potuto e dovuto percepire la presenza di un tombino sporgente, evitando così il relativo impatto. In tale circostanza, inoltre, il tutto è avallato dal fatto che nei pressi del tombino vi fosse un agevole marciapiede da raggiungere, che avrebbe consentito un percorso alternativo al pedone.

Da quanto sopra esaminato, è evidente che al di là dell’imprevedibilità dell’evento, quindi, la nefasta conseguenza si è verificata a causa della disattenzione del danneggiato: tale condizione è sufficiente per interrompere il nesso eziologico tra responsabilità del custode della cosa e l’evento dannoso.

L’esperienza dello Studio Legale Pasi Vi saprà indicare in quali casi sarà possibile formulare una richiesta di risarcimento a seguito di un evento dannoso causato dall’omessa custodia del bene, ovvero se emerga che il danno sia derivato da una evenienza accettabile, valutato sulla base di un criterio probabilistico di regolarità causale.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

La malattia professionale, così come definita dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, è una patologia contratta durante o tramite l’attività lavorativa, la cui causa agisce lentamente e progressivamente sull’organismo. Al fine di ottenere un risarcimento o un indennizzo è preferibile presentare un’istanza all’INAIL per il tramite di un Avvocato, al fine di ottenere il corretto riconoscimento economico attraverso i criteri di seguito individuati.

Il quadro normativo di riferimento per le malattie professionali è il D.P.R. del 30 giugno 1965, n. 1124, rubricato “Testo unico sull’assicurazione degli infortuni sul lavoro”, all’interno del quale l’art. 139 stabilisce che le patologie debbano essere indicate in apposite tabelle aggiornate ed approvate con Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministro della Salute, sentito il Consiglio superiore di sanità.

Tale previsione, applicabile per il settore dell’industria e per il settore dell’agricoltura, richiede che la denuncia pervenga entro un determinato periodo di tempo, stabilito alla voce “periodo massimo di indennizzabilità”, dalla cessazione dell’attività rischiosa.

A ogni buon conto, sono malattie professionali anche quelle non specificatamente previste nei prospetti legislativi suddetti e, anzi, vi è una rilevante differenza probatoria tra le due categorie.

Nell’ambito del cosiddetto “sistema tabellare”, il lavoratore deve provare l’adibizione a lavorazione tabellata ma è sollevato dall’onere di dimostrare l’origine professionale della malattia. Per le malattie professionali non tabellate, invece, occorre che si dimostri il nesso causale tra l’attività svolta e la malattia.

Sul punto, però, è sufficiente che la prestazione lavorativa sia stata causa concorrente o prevalente, e non necessariamente esclusiva, al verificarsi della fisiologia. Al lavoratore o ai suoi eredi, tuttavia, rimane l’onere di dimostrare l’effettivo esercizio dell’attività che ha esposto al rischio o alla morte del danneggiato. Altresì ai fini della risarcibilità è sufficiente il cd. “rischio ambientale” applicabile quando la patologia si sia verificata ai danni di un lavoratore non specificatamente e direttamente addetto alle stesse mansioni nocive.

In altre parole, è degno di rilevanza il malessere scaturito da fattori ambientali o in ragione delle lavorazioni pericolose eseguite all’interno dell’ambito lavorativo.

Salvo prova contraria dell’INAIL, se ne deduce che ai fini risarcitori non viene valutato il fattore temporale di esposizione bensì la mera esposizione al rischio dal quale ne è derivato, dall’ambiente o dalla sua prestazione, la malattia o il decesso. Al fine di individuare insieme l’esatto iter da percorrere al fine di evitare una negazione di un Vostro diritto è preferibile l’assistenza di un Avvocato competente in materia.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

La tutela delle immagini fotografiche è disciplinata da diverse fonti normative a livello internazionale, europeo e nazionale. In ambito nazionale la materia è regolata a vario titolo dalla Legge del 22 aprile 1941 n. 633, rubricata “Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”. Invero, le opere fotografiche godono della tutela del diritto d’autore, mentre le mere immagini, a certe condizioni, possono godere dei c.d. “diritti connessi”.

Vediamo quali sono le differenze.

L’art. 87 della L. n. 633/1941 definisce le “fotografie” quali immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo, comprese le riproduzioni di opere dell’arte figurativa e i fotogrammi delle pellicole cinematografiche.

Le “opere fotografiche” sono tutte quelle immagini sulle quali si può agevolmente evincere una spiccata creatività dell’autore, ovverosia un modo personale ed individuale di esprimere un’opera d’arte. Diversamente, le cd. “semplici fotografie” hanno ad oggetto le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale sociale, prive del carattere creatività, ovverosia senza una indubbia accuratezza tecnica e caratterizzazione espressiva, caratteristiche nitidamente percepibili attraverso la visione della foto. Per completezza si rammenta come le fotografie di scritti, documenti, carte di affari, oggetti materiali, disegni tecnici e prodotti simili risultino escluse da entrambe le predette categorie e, per l’effetto, non sono beneficiarie delle predette tutele.

La riproduzione delle opere fotografiche è ammessa solamente a seguito dell’autorizzazione da parte dell’autore o comunque del titolare dei relativi diritti mentre per le fotografie semplici, salvo casi particolari, l’autore ha un diritto limitato per una durata di vent’anni durante i quali, per la riproduzione, la diffusione e lo spaccio delle immagini occorre la sua autorizzazione.

A ben vedere, per le mere immagini, occorre stabilire se vi si possano applicare i c.d. “diritti connessi” o meno. Nel caso in cui gli esemplari della fotografia riportino il nome del fotografo o dell’impresa presso la quale il fotografo dipende o ancora del committente, la data dell’anno di produzione della fotografia ed il nome dell’autore dell’opera d’arte fotografata, la riproduzione è lecita a seguito del riconoscimento di un equo compenso; inoltre, tali elementi, già presenti sull’originale, dovranno essere riportati anche sulla riproduzione.

Nel caso in cui negli esemplari originali risultino mancanti i suddetti elementi, la riproduzione non è considerata abusiva e, pertanto, non sono dovuti i compensi all’autore. In egual modo recentemente è stato specificato che la pubblicazione su un sito internet di una fotografia precedentemente pubblicata su un altro sito, dopo essere stata previamente copiata su un server privato, deve essere qualificata come “messa a disposizione”. In tale caso i visitatori del sito internet hanno libero accesso a detta fotografia attraverso tale sito internet, per cui saranno esentati al versamento di un compenso, fatta salvo che il fotografo non provi la malafede del riproduttore.

L’equo compenso varierà a seconda del numero delle opere riprodotte, dell’arco temporale nel quale si intende pubblicare, del mezzo di diffusione scelto per la riproduzione, nonché dello scopo per il quale si procede con la pubblicazione.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

Un’ordinanza di merito del Tribunale di Trani emessa il 30.08.2021, tratta della pericolosa quanto improvvida pratica dello sharenting effettuata da alcuni genitori, che vede la diffusione sui social-network di immagini o video, anche di breve durata, riguardanti figli minorenni.

Il caso riguardava la condanna di una madre alla immediata rimozione delle immagini già pubblicate sui social-network, oltre al pagamento di un’ammenda a favore del figlio per ogni giorno di ritardo dalla compiuta rimozione, nonché all’inibizione da future pubblicazioni. Tale condanna è stata possibile in quanto il padre della minore, con un’età inferiore ai quattordici anni, non prestava l’assenso a tale pratica.

La suddetta pronuncia è solo la punta dell’iceberg di diversi principi e convenzioni che vigono a tutela dei minori e dei loro dati personali, che giungono a salvaguardare anche la loro immagine e la loro vita privata. In particolare il genitore, con tale atteggiamento improvvido, viola a vario titolo normativa di rango nazionale, europea nonché convenzioni internazionali. La mera diffusione dell’immagine del minore è già di per sé una violazione della vita privata del bambino poiché gli si arreca pregiudizio all’onore, al decoro e alla reputazione dell’immagine. Altresì è rilevante il profilo della pericolosità di tale iniziale diffusione in quanto violativa della sicurezza per i minori, poiché la pubblicazione facilita la diffusione dilagante e incontrollabile delle fotografie che raggiungono così un gran numero di utenti, per di più sconosciuti, e mette a rischio il bambino da pericoli esterni. Invero, come è noto, la rete consente agli utenti di entrare in contatto ovunque, con chiunque, spesso anche attraverso immagini e conversazioni simultanee, creando così uno strumento utile alla condivisione di dati con un pubblico indeterminato, per un tempo non circoscrivibile. Inoltre è anche facile che alcuni malintenzionati possano anche servirsi di tali immagini, adescando minori ritratti o creando materiale pedopornografico con fotomontaggi.

Alla luce di quanto sopra, dunque, il genitore che non presta il consenso a tale pubblicazione, può adire le vie giudiziarie per ricorrere d’urgenza al fine di tutelare il proprio figlio minore, anche se la condotta illecita dell’altro genitore è stata posta in passato. Sul punto non rileva neppure che uno dei genitori avesse libero accesso al profilo dell’altro genitore, dacché visionare il profilo non equivale ad accettare l’illecita condotta dell’altro genitore.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.

Nella recente Ordinanza del 20 aprile 2022, n. 12606, la Corte di Cassazione tratta l’annoso problema della garanzia prevista per le compravendita di automobili usate.

Il caso trattato aveva ad oggetto il vizio sul contachilometri che, in seguito all’acquisto, è risultato che in realtà avesse un numero di chilometri superiori di quelli riportati sull’odometro e conosciuti al momento della compravendita. Sul punto ci si è chiesto se tale tipo di irregolarità possa essere ricondotta alla disciplina del vizio occulto e potesse, quindi, rientrare nella garanzia prevista ex art. 1490 c.c.

Nel contratto di compravendita il venditore è tenuto a prestare la garanzia quando i difetti sono tali da rendere il bene inidoneo all’uso a cui è destinato, oppure se i vizi sono tali da ridurre in modo apprezzabile il valore del bene. Viceversa, la garanzia non è dovuta se il compratore conosceva i difetti al momento dell’acquisto o se essi fossero facilmente riconoscibili. É chiaro che tutto ciò non costituisce più un esimente per il venditore nel momento in cui all’atto di acquisto il venditore dichiari che il bene sia privo di qualche difetto.

L’acquirente ha un lasso di tempo pari a 8 giorni entro i quali si possono denunciare le incongruenze che abbia rilevato. Tale termine è soggetto a decadenza e decorre dal giorno della scoperta, se si tratta di difetti di difficile rilevazione, i c.d. vizi “occulti”; oppure dal momento della consegna della merce, nel caso in cui siano difetti conosciuti o facilmente riconoscibili, i c.d. vizi “apparenti”. In ogni caso, come previsto dall’art. 1495 del codice civile, l’azione si prescrive comunque entro un anno dalla consegna del bene.

A ben vedere l’ordinanza della Cassazione, senza alcun precedente difforme, conclude nell’affermare che la mera possibilità di svolgere i controlli tecnici sul bene acquistato non trasforma di certo il “vizio occulto” in un “vizio apparente”. Alla stessa conclusione si giunge anche se il compratore è cd. “qualificato”, ovverosia competente in materia e, di conseguenza, sicuramente più avvantaggiato ad eseguire una verifica diretta sulla cosa ed accorgersi con maggior probabilità del difetto. Ne consegue che i vizi apparenti sono tali esclusivamente quando emergono dalla percezione dei sensi, ovverosia da un esame che potrebbe effettuare chiunque con la dovuta diligenza. I vizi occulti come nel caso di specie che, invece, richiedendo un accurato esame tecnico, sono esclusi dal mondo percettivo del compratore medio, anche se soggetto qualificato.

Dunque, pur rimanendo la decadenza nel termine di 8 giorni, la Corte di Cassazione ha stabilito che nel caso specifico essi decorrono dal giorno della scoperta dei vizi e non dal giorno della consegna del bene, come previsto per i vizi apparenti. In tale modo il compratore ha la possibilità di chiedere, oltre al risarcimento del danno arrecatogli, la risoluzione del contratto di vendita, con l’annessa restituzione del bene oppure, in alternativa, la riduzione del prezzo.

Per maggiori informazioni prenda contatto con lo Studio.